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giovedì 1 maggio 2008

DEPOSITO del primo maggio

Deposito del primo maggio
Mi imbatto in altre "pezze d'appoggio" alla mia tesi sulla necessità di superare il decostruzionismo: risalgo al saggio di Pasolini La fine dell'avanguardia.
La conseguenza – argomenta Pasolini – è che la lingua dell'avanguardia (e ha di mira il Gruppo '63), distruggendo la forza significativa e metaforica della parola, si presenta «[…] senza ombre, senza ambiguità e senza dramma, come dei formulari impersonali o dei testi accademici». Il problema che l'avanguardia non è stata capace di affrontare, è il modo di trattare la realtà senza devitalizzarla e anestetizzarla, quanto affermare «[…] la volontà dell'autore a esprimere un "senso", piuttosto che dei significati. Quindi a far succedere sempre qualcosa nella sua opera. Quindi a evocare sempre direttamente la realtà, che è la sede del senso trascendente i significati».
Rispetto a una realtà così profondamente cambiata, osservava lo scrittore, sono inadeguati sia i metodi del vecchio impegno marxista che quelli dell'avanguardia, bisogna pretendere un'arte che sia in grado di affrontare il presente evocandolo, sospendendo il senso, realizzando opere ambigue, senza rinunciare all'impegno, ovvero alla realtà.
Segnalo una coincidenza: su Liberazione del 30 aprile Erri DeLuca parla di coraggio necessario a vincere la paura che ha determinato il voto di destra alle ultime elezioni. «Quello su cui la sinistra dovrebbe speculare è il coraggio. A me pare che non ci sia nessuno che osi rovesciare i termini...» Per invertire la regressione culturale bisogna incominciare «dalle persone e dal sentimento del coraggio»

Ecco il testo a cui mi riferisco:
P.P. Pasolini,
La fine dell'avanguardia (Appunti per una frase di Goldmann, per due versi di un testo d'avanguardia, e per un'intervista di Barthes), in Id., Empirismo eretico, cit., p. 130.

Roma, 1 maggio 2008
Valentina Valentini


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Valentina Valentini insegna all'Università della Calabria e al Corso di Studi in Arti e Scienze dello Spettacolo dell'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche comprendono lo spettacolo nel Novecento e il campo delle interferenze fra teatro, arte e nuovi media.

lunedì 21 aprile 2008

DEPOSITO ultimo

Deposito ultimo

Dicevo: il problema è la mancanza di coraggio
Ci si nasconde dietro i cliches estetici delle avanguardie, senza la radicalità e la necessità che motivava le scelte linguistiche e sintattiche–compositive della ricerca delle avanguardie
Si ha timore di essere espliciti, perché abbiamo acquisito che il mistero, il non detto, l'ineffabile è più ricco del visibile, chiaro e distinto, certificato.
Si ha timore di raccontare una storia e ci si convince che non si vuole raccontare una storia;
la cultura contemporanea è antinarrativa, antiaristotelica, antiinizio e fine, la meta deve essere sempre indefinita
però le storie sono bene impresse, come pure i personaggi sono impressi (nei programmi)
ma si ha paura del teatro naturalistico e
per sfuggire al mimetico si cade nel dissociato
per sfuggire al consequenziale si sceglie l'iterativo,
per mancanza di addestramento si diventa performativi
per non saper dominare la propria vocalità, respiro, si mandano le voci off
per paura di essere banali (concreti) si attinge a concetti astratti
per paura del sentimentale si sottrae il sentimento
per timore dell'unità si ricorre ai frammenti
per essere in sintonia con la catastrofe senza qualità non si tenta il tragico
eppure il dolore esiste, non siamo atrofizzati,
l'immaginario va alimentato: il teatro lo nutre? E come? Con mitologie fassbinderiane, con la fantascienza?


NOTA 1
l'estetica dell'avanguardia, prima e seconda se cancellava le storie, amplificava i corpi, atleta, acrobata, biomeccanico, danzatore, trasparente, icona
Se detronizzava la parola, la semantica, il significato, esplorava il suono, la phoné, inventava una nuova lingua
proferire la parola come combattimento con il corpo (e non faccio esempi)
se spezzava la continuità immetteva il ritmo, la musicalità, lo sfiancamento, il montaggio a trame grosse, la polifonia
descrizione, paesaggi, geometrie orizzontalità, verticalità, sprofondamento: spazio organico non meccanismo auto sufficiente

NOTA 2
Per sbarazzarci di una cultura teatrale aristotelica in cui i nessi erano ben annodati c'è voluto quasi un secolo, dalle avanguardie storiche fino a tutto il Novecento, con le varie regressioni delle crisi del realismo socialista da cui ci si risolleva negli anni sessanta con il boom economico, emergono i Robbe Grillet, il gruppo 63 in Italia, gli happening e Cage,
il decostruzionismo negli anni settanta radicalizza gli assunti e li porta in tutti i campi, non solo artistici (filosofici, antropologici)
demolisce le impalcature
Il postmodernismo porta a compimento la demolizione dell'edificio semantico, compositivo.
Ma l'obiettivo a partire dall'astrazione, non era quello di desensorializzare, quanto di vivificare la realtà, togliere le scorie per mettere a nudo il cuore pulsante.


Possibile che le giovani generazioni si rivestano e si coprano come un mantello con le maschere vuote dell'estetica decostruttiva?:

Dov'è la crepa attraverso la quale chi rilegge Fassibinder, Pasolini, Medea, infila se stesso e lacera la cornice che si è creato?

Eppure la conoscenza c'è, non c'è ignoranza: come farla interagire nel proprio fare?
Come prendere coraggio?

Grazie per avermi offerto questa opportunità di riflessione

Valentina V.


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Valentina Valentini insegna all'Università della Calabria e al Corso di Studi in Arti e Scienze dello Spettacolo dell'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche comprendono lo spettacolo nel Novecento e il campo delle interferenze fra teatro, arte e nuovi media.

sabato 29 marzo 2008

DEPOSITO

Sabato 29 marzo_DEPOSITO

Non si fa più gruppo per fare teatro? Quali sono i gruppi che resistono in Italia e oltre e vivono la dimensione produttiva come dimensione esistenziale e condivisione artistica? Essere gruppo e essere singolo, confrontarsi con gli altri e ascoltare ferocemente se stessi; praticare la solitudine per meglio rafforzare la propria voce, è stata ed è una dimensione connaturata alla formazione artistica (attore-regista, autore).

L'incontro con Roberto Corradino ha messo in evidenza – e l'ha sottolineato Nico Garrone – che l'eclettismo e la molteplicità variata delle pratiche sono invece diventate naturali nella costruzione dell'esperienza professionale di un attore-autore del nuovo millennio (nel suo caso: Sandro Lombardi e Pippo Delbono, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, Danio Manfredini e Valdoca).

Ci chiediamo: fare tante e diverse esperienze, equivale a non scegliere, a non sapere cosa mi piace e cosa rifiuto, chi sono io, e quali i miei maestri?

Le mie "affinità elettive" hanno qualcosa che li accomuna o è vanificato il criterio di "distinguere" e "fare differenze", comprendere ciò che fa contrasto e ciò che è affine?

Valentina Valentini


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Valentina Valentini insegna all'Università della Calabria e al Corso di Studi in Arti e Scienze dello Spettacolo dell'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche comprendono lo spettacolo nel Novecento e il campo delle interferenze fra teatro, arte e nuovi media.

sabato 22 marzo 2008

DEPOSITO: Sulle forme di Dialogo

Sabato 22 marzo_DEPOSITO
Sulle forme di Dialogo

Mi pare che l'attività artistica, intellettuale, critica in periodi come quello che stiamo vivendo di bassa dose di ideologia/utopia/tensione verso il cambiamento, si caratterizzi per forti accenti isolazionisti.

Registro da più di un decennio la mancanza di interrogazione, problematizzazione pubblica degli eventi che stiamo vivendo (nell'ambito circoscritto del teatro), ciascuno per sé. Soprattutto manca il desiderio e l'esigenza di guardare se stessi attraverso gli occhi degli altri: anche a costo di bruciarsi perché lo sguardo dell'altro può anche incendiare, gelare, lacerare. Non si ha il coraggio e non si vuole correre il rischio di andare incontro a lacerazioni, ferite. Si preferisce l'anestesia del non confronto, evitare i possibili conflitti, il pericolo e il rischio di mettersi in crisi, di chiedersi: ha senso il percorso che ho intrapreso, dove mi porta, quali le prospettive, i compagni di viaggio, le parole d'ordine, con chi faccio cordata, chi mi accompagna, chi mi butta dalla torre?

Non mi trovo d'accordo con chi pretende di liberarsi dall'ossessione del giudizio, che significa non valutare l'efficacia di un'azione. Questa tesi è nettamente contraria al dialogo.

Un altro tipo di dialogo è quello con chi ci ha preceduto.

La generazione degli anni Novanta, più che mitizzare i modelli della tradizione del nuovo teatro, si è pensata senza padri e senza maestri, cancellando piuttosto che svalutando le neoavanguardie, forti del fatto - implicito o esplicito - che la cultura postmoderna ha dichiarato in effettuale l'avanguardia - ma non i suoi miti.
La libertà per le generazioni più giovani non sta nel ricominciare da zero, quanto ricostruire su nuove basi quanto è stato smantellato: personaggio, racconto, testo. È con le questioni lasciate aperte da quella stagione sperimentale che bisogna confrontarsi perché essere radicati in una tradizione ci permette di spostarci e di mutare orizzonti.

Valentina Valentini

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Valentina Valentini insegna all'Università della Calabria e al Corso di Studi in Arti e Scienze dello Spettacolo dell'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche comprendono lo spettacolo nel Novecento e il campo delle interferenze fra teatro, arte e nuovi media.

lunedì 17 marzo 2008

DEPOSITO

Lunedì 17 marzo_DEPOSITO

Aldilà della valutazione (valore artistico), connesso al giudizio critico su un'opera-spettacolo, (esercizio in disuso anche per mancanza di interlocutori: quale autore-compagnia, gruppo riesce a sostenere/affrontare un giudizio critico, una valutazione sul proprio lavoro?)

Ritorneremo su questo tema.

Aldilà della valutazione, un'opera-spettacolo ha valore (non artistico), se scopre e mostra una urgenza, una motivazione che l'ha spinta a nascere, comporsi, venire alla luce, offrirsi pubblicamente.

Può essere sufficiente, come motivazione, il desiderio degli autori di fare teatro, di assumere il ruolo di regista, scrittore, attore, se tale desiderio non è sostenuto saldamente da un'ossessione, nel senso dell'ipotesi di ricerca, che vale nel fare teatro come nello scrivere un testo: perché scrivo questo testo, cosa voglio dimostrare, cosa confutare, cosa cercare, comprendere? Se pensiamo ai maestri della seconda metà del Novecento, riconosciamo in loro una ossessione che li spingeva a fare.

Cerco sempre, negli spettacoli che vedo tale urgenza, come elemento minimo che giustifichi il lavoro dispiegato dagli autori e l'attenzione prestata dagli spettatori.

Tale domanda potrebbe percorrere gli incontri di Uovo critico.

Valentina Valentini

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Valentina Valentini insegna all'Università della Calabria e al Corso di Studi in Arti e Scienze dello Spettacolo dell'Università di Roma "La Sapienza". Le sue ricerche comprendono lo spettacolo nel Novecento e il campo delle interferenze fra teatro, arte e nuovi media.